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Prefazione
Questi "appunti" sono nati, alcuni anni or sono, nella
scuola e, più precisamente, per i miei studenti: al tempo
cioè che, loro ed io, ci incontravamo quotidianamente e non
pensavamo affatto che quegli incontri potessero un giorno
finire.
Sopraggiunse poi un "inconveniente" che era, sì, previsto,
ma che avevamo, forse un po' volontariamente, specie da
parte mia, trascurato: si trattò dell'arrivo della mia
vecchiaia (e chiamiamola così, con il suo antico nome, senza
parole che tentino di attenuarne il significato, senza l'uso
di sciocche enumerazioni che cerchino di graduare - sempre
con fini consolatori - i vari stadi del vivere).
E dunque quegli incontri, durati circa quarant'anni, ebbero,
quasi d'improvviso, termine.
I vecchi sono - lo sappiamo bene - sempre un po' invadenti
con le loro ripetute, insistenti e spesso insignificanti,
almeno per l'annoiato ascoltatore, noterelle
autobiografiche, ed amano rivedere, come in uno specchio, i
momenti particolari di una storia pressoché conclusa: è per
tale motivo che (sollecitati inoltre dall'affettuoso
suggerimento di alcuni amici) abbiamo deciso di pubblicare
questi "appunti" che avremmo potuto intitolare anche così:
"Autobiografia per saggi critici". E con questa affermazione
siamo consapevoli di non avere commesso un atto di
intollerabile presunzione, ma di avere anzi indicato i
limiti stessi del lavoro (sebbene - e lo affermiamo
chiaramente - riteniamo che tutto sia, in definitiva, sempre
autobiografia: la "Divina Commedia"; "I Promessi Sposi"; "I
Malavoglia" e non soltanto "L'Infinito" o "Le Ricordanze":
ogni storia, con il suo proporsi e dispiegarsi, affiora
sulle tracce indicate dalle scelte profonde, e spesso
segrete, dell'anima, mentre certe conclamate diversità si
esauriscono soltanto in questioni di linguaggi e
nell'osservanza di particolari esigenze che sono proprie di
ciascun genere letterario).
In queste pagine prosegue, quindi, pur facendo oggi ricorso
a espressioni e a soluzioni che sono state via via ritoccate
o anche rinnovate, una vicenda autobiografica iniziata in
altri tempi: allora, certamente, con serena sfrontatezza,
senza cioè che ci fossimo premuniti di alcuna difesa: la
pubblicazione era il risultato di una vicenda affrontata con
spontaneo candore, con coraggiosa e scalpitante innocenza;
ora, invece, è frutto di maggiori perplessità e titubanze,
desiderosi, come siamo, di rintracciare i semi degli antichi
incontri e delle lontane amicizie, raggiunti talvolta da
dubbi o da altri strani pensieri che si manifestano proprio
quando tutto sembrava ormai saldamente ancorato in pacifico
porto.
Uno sguardo, quindi, agli "appunti".
Più scolasticamente utile (perché più scolasticamente
impostato per aver tenuto presente, nella compilazione, il
taglio di sunti da sempre esistenti nella scuola) è il
"saggio" su Verga. E' lavoro semplice e lineare, tuttavia il
nostro giudizio vi è compendiosamente ma chiaramente
espresso.
La nota più interessante (non nuova, certamente, ma
risentita ora con rinnovata meraviglia, sottolineata e
rivissuta nei suoi affascinanti richiami) è costituita dal
nostro insistere su quell'indimenticabile e cantilenante
fluire di un linguaggio verghiano che ci appare, e oggi
ancor più di prima, felicemente greco. E qui pensiamo,
naturalmente, soprattutto ai "Malavoglia" e anche ad alcune
pagine delle novelle più che alla prosa di "Mastro don
Gesualdo".
E stupore e meraviglia divengono maggiori al pensiero di
questo autore siciliano che dice di non conoscere affatto, o
almeno di non amare, perché muto al suo cuore, il mondo dei
classici: né quello greco né quello giunto da lì, di
riflesso, sulla pagina dei poeti latini.
Nell'isola siciliana e nelle terre della Magna Grecia, la
grecità è forse componente preziosa dell'aria e della luce,
e scorre da sempre, come in un "humus" eterno e naturale,
nelle vene dei suoi poeti.
Più complesso, il "saggio" su Pascoli, soprattutto per quel
che riguarda la genesi e lo sviluppo delle "Myricae",
l'importanza della loro presenza nella nostra storia
letteraria, in quella stessa del Pascoli e, infine, il
rapporto che corre fra "Myricae", "Canti di Castelvecchio",
"Poemetti", e tutta l'altra vasta produzione poetica
pascoliana.
Qui è stato necessario procedere fra ripetute letture e
frequenti ripensamenti, né possiamo veramente dire di avere
raggiunto stabile approdo.
E' certo che, nell'incontro con ogni vero autore,
costantemente si acuiscono i sentimenti di un'insoddisfatta
lettura. E questa deve essere perciò ripetuta e ripetuta
ancora, senza mai credere che l'ultima possa considerarsi
quella definitiva.
Il rapporto dell'autore con il suo lettore percorre sempre
sentieri mutevoli e talora anche rischiosi: la fine di un
colloquio di tal genere comporta l'affacciarsi, nel
trascorrere del tempo, di più complesse situazioni e spesso
una condizione di costante ripensamento.
La pubblicazione dei "Promessi Sposi", voluta e attentamente
curata da Manzoni, viene effettuata, la prima, nel 1827; la
seconda, nel 1840-'42: ma queste vicende riguardano Manzoni,
le edizioni del suo romanzo e il rapporto con il pubblico;
le pubblicazioni, invece, divengono, per il lettore,
innumerevoli: ossia, sono il risultato di tutti i nostri
ripetuti ritorni alle pagine di quel racconto.
Esistono, per lo più, libri che hanno il valore di un
quotidiano: durano un tempo maggiore soltanto in relazione
al numero delle pagine; esistono libri che sono anche belli,
e la loro lettura è già un gran dono; ma esistono libri che
ti obbligano a fare i conti con l'autore, con i giudizi di
altri interpreti, e soprattutto con te stesso. Per lo più ti
ritieni beneficato da quell'incontro, ma talvolta non
vorresti mai esserti imbattuto in certe storie che
complicano le tue già affaticate vicende, sollecitando
l'opera di una memoria che non ti dispiacerebbe riporre in
appartato angolo e magari in lungo letargo.
Queste felici e insieme ambigue situazioni ci si prospettano
anche alla lettura del canto pascoliano: e sono proprio il
primo segnale della sua indiscutibile e solida consistenza.
Ecco, infine, un lavoro svolto tutto a piè di pagina;
questo, per dire: come commento, se non illuminante, almeno
diligente, eseguito tenendo presente, insieme con le date di
pubblicazione dei "quaderni di poesia" e le relative
interpretazioni della critica, la continua e irrequieta
vicenda di un "percorso" poetico che procede eminentemente
con i ritmi di una cronaca quasi quotidiana: alludiamo,
dunque, alle pagine che raccolgono l'opera di Saba. Ed è
proprio ai ritmi di questa cronaca che abbiamo adeguato
anche quelli dei nostri interventi.
Questi "appunti" su Saba, scritti molti anni or sono, prima
cioè degli altri due saggi, sono stati ritoccati qua e là,
rimessi un po' a nuovo, rinfrescati (ma non molto) nella
veste, dove essa ci appariva un po' troppo gualcita.
Le stesse disarmonie; gli accenti, frequentemente
discordanti, del linguaggio; le affaticate notazioni che
sottolineano il corso delle piccole vicende di ogni giorno;
gli sforzi evidenti compiuti per rendere, quanto più
possibile, "aereo" un canto che tendeva a restare voce tutta
terrestre e intrisa sempre di una modesta e per lo più opaca
quotidianità - tutto questo ci aiutò infine a meglio capire
i mutamenti dei tempi, a percepire più consapevolmente il
significato degli addii (che pure erano ovunque presenti,
fino a insidiare le nostre ore già troppo inquiete), e i
numerosi e fiacchi segnali delle trascorse stagioni. C'era
stato infatti un tempo in cui, in mezzo alle molteplici e
disorientanti vicende, a perdite susseguitesi con impietosa
continuità, eravamo spinti a detestare la nostra stessa
affaticata sopravvivenza: i durissimi giorni trascorsi ci
avevano creato attorno uno sfiorito mondo che era divenuto
sempre più estraneo, e le voci dei vicini giungevano come
richiami lontani e insignificanti.
"Ma il dolore è eterno - dice Saba - ha una voce e non
varia. / In una capra dal viso semita / sentiva querelarsi
ogni altro male, / ogni altra vita".
Così quelle voci acquistarono a poco a poco i suoni delle
nostre stesse "querele": e l'ebreo Saba cantò anche le pene
del cristiano rinselvatichito.
L'ansia di trovare veste poetica per i tempi di una prosaica
esistenza ci rese lettori attenti verso certa poesia e
soprattutto disposti, alfine, ad una rinnovata e convinta
comprensione, rivolta verso gli altri e quindi, di riflesso,
verso noi stessi.
"Appunti", quindi, impostati in modo diverso, condotti da
punti prospettici non volutamente prescelti, ma suggeriti
(ce ne siamo accorti più tardi) proprio dalla differente
"qualità", e dalle conseguenti esigenze, delle opere stesse.
E torniamo, per concludere, all'idea di "autobiografia",
concepita magari come modo anche erroneo di interpretazione
e di critica letteraria.
Sarà bene dire subito che essa procede semmai senza
riferimenti precisi né in relazione al tempo né rispetto ai
luoghi: tutt'al più, può presentare, del suo compilatore,
certe qualità "circolarmente" disposte, come la multicolore
frutta di una satura lanx.
Il prima e il dopo; il più lontano e il più vicino;
l'incolore e il variopinto, finiscono per mostrarsi in
prospettive nuove che ignorano limiti e situazioni
particolari, distanze e momenti definiti - tutto
(liberamente ricostruito attraverso immagini che più
assiduamente sollecitano il ricordo, ricreate poi con
personale fantasia) continua ogni giorno ad allinearsi in
bella vista negli sterminati archivi della memoria.
Abbiamo eliminato, della redazione che fu propriamente
scolastica, le introduzioni, conservando però le dediche:
gli "appunti", comunque essi siano, debbono appartenere per
sempre ai ragazzi a cui, in quel tempo preciso, furono
dedicati.
Ed ora, un saluto a coloro che, in un modo o nell'altro,
sono legati alla storia di questi "appunti": essi sono tutti
nel mio memore pensiero:
l'amico Gio Bini per l'ideazione della copertina;
l'amico fraterno Gastone Lanfredini: mi ha permesso di
riprodurre in copertina uno dei suoi bellissimi e
inconfondibili dipinti. Gran parte dei suoi lavori resta
tenacemente nella memoria con l'impronta di un linguaggio
che si tramuta sempre (anche nei momenti dell'ironia o nei
racconti affidati alle risorgenze amare del ricordo) in una
festa grande e gioiosa del colore;
Sergio, un tempo mio scolaro; più tardi mio collega; da
sempre, grande amico: si è occupato con vera perizia, e
anche con sopportazione esemplare, della stampa degli
"appunti", curandone, nell'insieme e nei particolari, la
loro realizzazione;
infine, Candida - Dida - mia figlia, che mi è stata di aiuto
determinante nella trascrizione dei tre saggi: sottrasse
così ore ed ore al riposo e allo svago: e sempre con
sorridente e generosa partecipazione a questa tardiva
operosità del suo babbo affettuosamente riconoscente.
Sansepolcro, Primavera 1994
g.a. |
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